Sale: il consumo eccessivo collegato a cultura e status. In Italia la quantità usata è doppia rispetto alle raccomandazioni OMS

Fonte : Ilfattoalimentare


Gli italiani consumano troppo  sale? È soprattutto questione di cultura. Questo è quanto emerge da un articolo pubblicato sul British Medical Journal, che esamina i dati raccolti tra il 2008 e 2012: il consumo di sodio – e quindi di sale – in Italia è circa il doppio rispetto alle raccomandazioni dell’OMS, e quello di potassio – un importante indicatore del consumo di frutta e verdura –  largamente inferiore.

Il primo dato che salta all’occhio è proprio che il consumo di sale è maggiore nelle regioni del Centro sud rispetto al nord. Dalla raccolta e analisi delle urine delle 24 ore risulta che, nelle persone che vivono nelle regioni del sud  – come Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia – il consumo di sale si attesta intorno agli 11 grammi mentre nelle altre regioni è inferiore ai 10 grammi,  sempre in eccesso dunque rispetto alle indicazioni OMS, che raccomandano di non consumarne più di 5 grammi al giorno.

Da un’analisi più approfondita emerge però che a fare la differenza sono soprattutto reddito e titolo di studio. In particolare, le persone occupate in lavori manuali presentano un consumo di sale decisamente maggiore di impiegati o manager, e lo stesso vale per chi ha il diploma di scuola primaria rispetto a chi ha un diploma di scuola secondaria o un titolo universitario.

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Occorrono azioni mirate per modificare gli stili di vita sbagliati e radicati nella popolazione

«L’articolo pubblicato sul BMJ – spiega uno degli autori, Simona Giampaoli dell’Istituto Superiore di Sanità, – parte dai dati dello studio MINISAL-GIRCSI sul consumo di sale, realizzato nell’ambito di una più ampia ricerca che ha coinvolto 3857 uomini e donne,  arruolati in modo casuale nelle 20 regioni italiane, nell’ambito dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare/Health Examination Survey (OEC/HES)». Uno sforzo organizzativo importante per raccogliere dati utili a orientare le politiche della salute. «I dati emersi  mostrano infatti che occorrono azioni di prevenzione a livello nazionale per modificare lo stile di vita e di alimentazione, rivolti soprattutto alle fasce sociali più deboli».

Il problema è soprattutto culturale, perché le regioni del Sud sembrano avere abbandonato alcune abitudini alimentari salutari come il consumo abbondante di verdura e frutta, con olio di oliva come condimento prevalente, poche proteine animali e pochissimi dolci . «Il benessere conquistato dopo la seconda  guerra mondiale ha portato a vedere nell’eccesso di cibo in generale, e in particolare in un consumo smodato di carne e dolci, uno status symbol; inoltre nello stesso periodo la popolazione ha ridotto molto l’attività fisica lavorativa, e tutto ciò ha portato al diffondersi di sovrappeso e l’obesità», spiega Giampaoli.

Il consumo eccessivo di sale è legato al sodio naturalmente presente negli alimenti, ma soprattutto a quello aggiunto – sotto forma di cloruro di sodio (sale da cucina) o additivi come il glutammato monosodico, presente nei dadi da brodo e in molti cibi pronti – sia nelle preparazioni casalinghe sia in quelle industriali. L’industria infatti fa ampio uso di sale, per conservare ma soprattutto per insaporire e migliorare il gusto.  Nel 2009 è stato siglato un accordo di collaborazione con le associazioni dei panificatori per la riduzione del sale nella preparazione del pane, una iniziativa che rientra nel Programma Guadagnare Salute, «quando tutti i paesi europei si sono impegnati per ridurre il sale in alimenti di largo consumo, come è appunto il pane per gli italiani». L’iniziativa ha visto una buona adesione da parte dei panificatori, e oggi anche da parte delle aziende che propongono pane confezionato o precotto.

Non bisogna dimenticare che un consumo eccessivo di sale è un rischio per la salute: «Ridurne il consumo contribuisce a prevenire non solo l’ipertensione arteriosa e le malattie cardiovascolari a essa correlate, ma anche altre malattie come gastrite o tumore dello stomaco, l’osteoporosi e le calcolosi renali», ricorda Giampaoli. Per quanto riguarda il potassio, si tratta di un valido indicatore di un consumo di alimenti freschi, soprattutto verdura e frutta, e la modalità di raccolta adottata dallo studio ha mostrato come spesso le persone consumino meno frutta e verdura di quando dichiarano o pensano, forse anche per la difficoltà di valutare il concetto di “porzione”.